Crisi, cui prodest
La condanna di Silvio Berlusconi, pronunciata in un clima di evidente ostilità politica, e la prospettiva di una specie di morte civile per il leader di uno dei principali schieramenti politici sono una sconfitta non solo del garantismo, ma della democrazia e della sovranità popolare. Non voler neppure discutere dei profili particolari della vicenda giudiziaria che ha colpito Berlusconi, che certo non ha ricevuto un trattamento ispirato al principio dell’eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, come ripetono i più titolati esponenti del Partito democratico, è la conseguenza di una arroganza faziosa, ma anche di un cedimento strutturale allo strapotere giudiziario da parte della democrazia politica.
19 AGO 20

La condanna di Silvio Berlusconi, pronunciata in un clima di evidente ostilità politica, e la prospettiva di una specie di morte civile per il leader di uno dei principali schieramenti politici sono una sconfitta non solo del garantismo, ma della democrazia e della sovranità popolare. Non voler neppure discutere dei profili particolari della vicenda giudiziaria che ha colpito Berlusconi, che certo non ha ricevuto un trattamento ispirato al principio dell’eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, come ripetono i più titolati esponenti del Partito democratico, è la conseguenza di una arroganza faziosa, ma anche di un cedimento strutturale allo strapotere giudiziario da parte della democrazia politica. Questo fatto rende la sconfitta particolarmente indigesta e spinge ad azioni di ritorsione nei confronti del governo che esprime il difficile equilibrio di un’alleanza che al centrodestra appare ora come stipulata con il carnefice.
Mantenere i nervi saldi, in una situazione così drammatica, richiede una dose eroica della pazienza di Giobbe. La spinta a reagire in qualche modo, in qualsiasi modo, all’offesa ricevuta sembra incontenibile e probabilmente lo è. Tuttavia, se ci fosse ancora uno spazio per far prevalere un ragionamento freddo su un sentimento travolgente perché profondemante sentito, bisognerebbe usarlo per riflettere sull’esigenza di non trasformare una sconfitta in una disfatta. Far saltare l’equilibrio costruito da Giorgio Napolitano avrebbe, oltre a effetti imprevedibili ma sicuramente nocivi sulla situazione economica, la conseguenza di rendere irreversibile la vittoria del partito delle procure. Non è un caso che i manettari facciano il tifo per una crisi di governo, di cui attribuire la responsabilità ai sostenitori di Berlusconi, con lo scopo di escluderli da ogni combinazione politica per il futuro. In pratica si sancirebbe che solo chi accetta lo strapotere giudiziario come asse della politica nazionale è “legittimato” a governare.
Un leader “prigioniero” che non distrugge il poco che si può trarre dalla fragile alleanza in vigore, ma con la sua protesta mantiene aperto il conflitto civile con il giustizialismo, può forse rendere più ardua e meno trionfale la marcia del partito delle procure. Naturalmente il sacrificio imposto a Berlusconi è improbo, il senso della misura richiesto a chi ne condivide l’amarezza può apparire quasi umiliante. Se, però, si intende continuare la battaglia anche dopo la sconfitta subita, se si vogliono raggruppare nuovamente le forze liberali in modo che possano proporsi come alternativa alla sovranità limitata dell’imperio delle procure, bisogna evitare che oggi vengano travolti tutti gli argini, per poter ricostruire da domani una proposta tendenzialmente maggioritaria.